Giugno 20, 2026

Mal di schiena: quando l’osteopatia può aiutare (e quando no)

Il mal di schiena è una delle cose più comuni che vedo in studio. C’è chi lo porta da anni, come un vecchio compagno scomodo che non se ne va mai del tutto. Chi lo ha incontrato dopo un trasloco, una notte sul divano sbagliato, una mattinata di giardinaggio fatta tutta piegato. Chi ci convive ogni settimana, tra un antidolorifico e l’altro, senza capire bene perché non passa.

È il disturbo più cercato online, quello per cui si trovano mille risposte contraddittorie, e uno dei motivi per cui molte persone arrivano in studio già cariche di teorie, timori, o aspettative irrealistiche. Provo a mettere un po’ d’ordine.

Il mal di schiena non è tutto uguale

La prima cosa che vale la pena capire è questa: il mal di schiena è un sintomo, non una diagnosi. Può venire da una tensione muscolare acuta, da una limitazione articolare che si è installata nel tempo, da anni di postura che il corpo ha compensato finché non ce la fa più. In molti casi, forse la grande maggioranza, si tratta di dolore cosiddetto aspecifico: reale, spesso invalidante, ma senza una lesione strutturale grave alla base. Le linee guida internazionali stimano che oltre l’80% degli episodi di lombalgia rientri in questa categoria.

In altri casi, il dolore è il segnale di qualcosa che richiede prima di tutto un medico. Un trauma importante, una patologia vertebrale, problemi neurologici con formicolii o perdita di forza a un arto, dolore che non migliora con il riposo o che arriva insieme a febbre, calo di peso inspiegabile, difficoltà urinarie. In questi casi, il pronto soccorso o lo specialista vengono prima di tutto il resto, e l’osteopatia può aspettare.

Cosa guardo quando arriva qualcuno con mal di schiena

Quando una persona arriva in studio per lombalgia, non guardo solo la schiena. Guardo come entra nella stanza, come cammina, come si siede, come respira mentre mi racconta la sua storia. Cerco di capire cosa fa nella vita, come passa le giornate, se dorme bene, se è sotto stress. Tutto questo conta.

Nella valutazione manuale valuto la mobilità della colonna vertebrale in tutte le sue porzioni, non solo quella lombare. Guardo le anche, il bacino, il torace, a volte le spalle e la cervicale. Cerco le zone dove il corpo si è irrigidito e quelle dove ha compensato, spesso per molto tempo prima che il dolore comparisse.

L’osteopatia parte da un’idea semplice ma importante: il dolore in un punto raramente viene solo da quel punto. La lombalgia di Marco, 42 anni, commercialista, otto ore al giorno seduto, è spesso il risultato di un’anca che non si muove abbastanza, di un diaframma che respira male, di una tensione nella catena muscolare posteriore che si accumula da mesi. Lavorare solo sulla zona lombare, in questi casi, porta a un sollievo temporaneo. Serve guardare il sistema.

Le evidenze scientifiche: cosa sappiamo davvero

La ricerca sull’osteopatia e la lombalgia è cresciuta significativamente negli ultimi vent’anni. Diverse revisioni sistematiche e meta-analisi, tra cui alcune pubblicate su riviste come Spine e il BMJ, indicano che la terapia manipolativa osteopatica può essere utile nella riduzione del dolore e nel miglioramento della funzione in pazienti con lombalgia non specifica, sia nella fase acuta che in quella cronica.

Questo non significa che l’osteopatia funzioni per tutti, né che sia sempre la scelta più appropriata. Significa che, nel contesto giusto e con una valutazione accurata, può essere un’opzione terapeutica seria. Le linee guida europee sulla lombalgia includono la terapia manuale tra gli approcci raccomandati per la gestione del dolore lombare, specialmente quando si inserisce in un percorso multimodale che include anche esercizio fisico e, quando necessario, supporto psicologico.

Cosa fa l’osteopatia in pratica

Durante una seduta per lombalgia, le tecniche che utilizzo variano a seconda di quello che trovo nella valutazione. Posso usare mobilizzazioni articolari della colonna e del bacino, tecniche di rilascio miofasciale, lavoro sui tessuti molli periarticolari, tecniche di energia muscolare che chiedono al paziente una partecipazione attiva. In alcuni casi, quando le condizioni lo permettono, tecniche ad alta velocità e bassa ampiezza, quelle che si associano spesso a un clic articolare e che molte persone conoscono come “manipolazioni”.

L’obiettivo non è correggere nulla in modo definitivo. È aiutare il corpo a ridurre le tensioni che alimentano il dolore, migliorare la mobilità delle strutture coinvolte, e dare alla persona strumenti per capire cosa sta succedendo. Spesso la seduta si chiude con qualche indicazione su come muoversi, su cosa evitare nelle prossime ore, su quali abitudini vale la pena riconsiderare.

Il rapporto con gli altri professionisti sanitari

Lavoro spesso in parallelo con il medico di famiglia, il fisioterapista, a volte il reumatologo o il fisiatra. Non perché l’osteopatia non basti da sola in certi casi, ma perché il corpo si cura meglio quando le competenze si integrano. Se una persona è già seguita da un fisioterapista, cerco di coordinarmi con lui. Se i suoi esami mostrano qualcosa che richiede un’attenzione medica specifica, lo dico chiaramente.

Portare in studio gli esami che hai fatto, le terapie che stai seguendo, le indicazioni che hai ricevuto, aiuta a lavorare in modo più preciso e sicuro. Non è burocrazia: è il modo migliore per non sprecare tempo e per non rischiare di fare cose inutili o controproducenti.

Quante sedute servono e quando aspettarsi risultati

Non esiste una risposta valida per tutti. Dipende da quanto tempo dura il problema, dall’età, dalle condizioni generali di salute, da quanto il corpo risponde al trattamento. Per un episodio acuto di lombalgia senza complicazioni, due o tre sedute ben distanziate possono essere sufficienti. Per situazioni croniche o ricorrenti, il percorso è più lungo e va costruito insieme, seduta per seduta, valutando i progressi.

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